giovedì 5 luglio 2012

La Banalità che uccide


Una legge universale e la natura ci danno conforto nel più grande degli esempi, con il Caos primordiale, dove il disordine cerca l’ordine, lo squilibrio, l’equilibrio. Nel caos, nello squilibrio, per avere armonia occorre riequilibrare gli elementi. E cos’è la malattia se non una rottura dell’equilibrio. L’equilibrio è l’osservanza delle regole, le regole del gioco e ciò varrebbe in quasi tutti i campi. Se le regole non vengono osservate o cambiano improvvisamente, si  genera involuzione che potrebbe essere anche culturale,

che porterebbe ad uno stato di sofferenza, di disordine, cioè verso il caos. Troppo freddo ci fa ammalare, così la denutrizione  e in egual modo le carenze affettive  o la mancanza di libertà, di democrazia, oppure di regole sociali: tutti stati in cui il disagio in qualche modo non mancherà di manifestarsi.

Questo vale anche nella società, dove ogni singolo individuo deve possedere un suo equilibrio, così pure la collettività un equilibrio collettivo. La collettività possiede una percezione collettiva, una coscienza collettiva. Se volessimo rendere evidente la coscienza collettiva potremmo per esempio, semplificandola, guardare al tifo calcistico, o in un ambito più appropriato, alla protesta generale, allo sdegno o alla solidarietà, che ne rappresentano le caratteristiche  per eccellenza. L’inosservanza delle leggi di un individuo generano tensione nel gruppo e le leggi, gli accordi, altro non sono che “regole di comportamento rivolte ai consociati”. Le regole possono essere cambiate e a volte è  necessario, ma sconvolgerle  improvvisamente e in modo arbitrario non può essere accettato a cuor leggero. 

Lo scontro sarà inevitabile e se non interverrà la ragione, se non saranno condivisibili, a vincere sarà il più forte o il più astuto come avviene tra le fiere in natura dove una soccombe e l’altra vince. Le leggi sono contenute nei codici e guai se non vi fossero a regolamentare la vita nella società. Anche i contratti di lavoro sono accordi per intendersi sul valore delle prestazioni di lavoro. E se non ci fossero? Se non vi fossero retrocederemmo: e perché dare uno stipendio allora? Inteso arbitrariamente, il lavoro potrebbe essere retribuito con una manciata di riso, nessun giorno di riposo, nessuna malattia riconosciuta, nessuna pensione: solo un pugno di riso, solo la legge mia o di pochi. Quando non c’è equilibrio e armonia si ritorna al caos. 

Quando si preleva troppo dalla natura si genera dispnea, la povertà degli elementi essenziali, ed ancora … troppi gas produrranno troppo inquinamento, troppe strade troppe auto e smog, troppo consumo di suolo la morte dell’agricoltura. Ciò detto, credo sia valido sia per le società, quali aggregati di persone che per l’ambiente, per la natura ed il  prelievo delle sue risorse, l’aria, l’acqua ed il suolo, il mondo fino all’universo intero. Quanto fin'ora affermato potrebbe sembrare una banalità e forse lo è, ma è nella banalità che arriveremo a bere veleno come preziosa acqua di fonte, che arriveremo alla tirannia come nuova ed evoluta organizzazione societaria, alla sofferenza individuale, collettiva …  se non si riportano le cose in equilibrio.

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